Che lo si indossi per proteggersi dal sole e dalla pioggia o per questioni di stile, il cappello è il capo d’abbigliamento che più caratterizza il proprietario. Impossibile, ad esempio, pensare a un Charlie Chaplin o a un Frank Sinatra senza il loro distintivo copricapo. In pochi forse sanno che a cavallo fra l’800 e il 900 Monza era uno dei principali centri di produzione di cappelli a livello mondiale. Di questa tradizione, che rese celebre la città ancor prima della costruzione dell’autodromo, rimane ora ben poco, con qualche cappellificio ridotto a piccola bottega. Le importazioni di feltro, materiale con cui veniva prodotta la stragrande maggioranza dei cappelli da uomo, arrivavano da tutta Europa. I numerosi cappellifici si concentravano nelle zone adiacenti alla stazione ferroviaria, così da facilitare le operazioni di trasporto delle materie prime e dei prodotti finiti. Il mercato era, infatti, fiorente e ogni anno si vendevano fino a 20 milioni di pezzi. La manodopera di settore contava quasi 12 mila persone, circa un terzo dei lavoratori monzesi nei primi decenni del secolo. Insomma, una vera città del cappello. Ma quello che sembrava un meccanismo perfetto subì un brusco ridimensionamento negli anni ‘30 e nel ‘70, con il cambio delle mode che relegò il cappello a oggetto di antiquariato. È dunque fondamentale che l’attuale produzione, purtroppo ridotta al minimo, venga salvaguardata e possa continuare a mostrarsi come piccolo oblò su una storia di cui farsi vanto. Chapeau!

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