Un’oasi naturalistica di 650 ettari, in una Brianza Orientale ancora dedita all’agricoltura e al mondo rurale in cui sopravvivono colori e profumi antichi. Robinie, querce, carpini bianchi, aceri campestri, olmi e noccioli rincorrono arbusti spontanei come il biancospino, il sanguinello e il sambuco. I bachi da seta, fonte di sostentamento per i contadini, rivivono nel pallore dei filari di gelsi, sopravvissuti a una malattia che minò la più redditizia delle coltivazioni tradizionali della zona. L’armonia di questa area verde sopravvive grazie alla collaborazione dei comuni di Arcore, Concorezzo, Villasanta e Vimercate che la proteggono da un’urbanizzazione selvaggia. La parola “Cavalè”, bachi da seta nel dialetto brianzolo, ci catapulta nell’epoca dei lunghi filari dei gelsi e dei contadini che raccolgono le foglie per nutrirli, insomma alla vita delle vecchie cascine. Eppure pare non sia l’origine del nome del parco. Furono i fratelli Scotti, cavalieri dell’ordine di Santo Stefano, a dare il nome alla cascina, che fu loro donata dall’ordine militare di Malta alla fine del Cinquecento. Gli Scotti disboscarono e realizzarono una fornace per produrre mattoni utili a costruire dimore signorili ed edifici rurali nel parco. Il ruolo delle cascine era quello di proteggere il cuore dell’attività agricola, la sicurezza delle famiglie e la proprietà. Oggi è il parco stesso riserva e scrigno di un paesaggio agricolo costituito dalle cascine Meda, Foppa e Cassinetta e dalle antiche ville Ravizza e Cazzola.

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