Se si sfreccia in macchina sulla statale Regina, all’altezza del centro di Lenno, appena sotto la carrozzabile c’è uno degli ingressi della chiesa Parrocchiale di Santo Stefano, e non entrarci significa perdere la visita di questo tempio sacro, che nelle sue viscere sotterranee ha un autentico gioiello archeologico: l’antichissima cripta dell’undicesimo secolo dopo Cristo dove si accede tramite due botole coperte da tappeti sul pavimento a metà della navata centrale.

Prima di diventare luogo cristiano di preghiera, vista la vicinaza di due ville di Plinio, c’erano i resti di un edificio termale romano.

Come dire che dal paganesimo alla religione monoteista, dopo le dissoluzioni, l’uomo va alla ricerca dell’assoluzione mediante purificazione. E la proverbiale saggezza della gente di questi luoghi lo dice in maniera inequivocabile: “Quaand ul coorp a’l sa frusta/ l’anima la se giusta!”.

Ogni tanto, lasciando da parte il nostro “sapere”, è bello osservare il patrimonio storico-artistico locale, con gli occhi del popolàno che lo vide per la prima volta.

Per esempio, a pochi metri da Santo Stefano, c’è il battistero (XI secolo). Cosa può aver pensato di quella struttura ottagonale così diversa dalle quattro mura dove era nato e probabilmente ci sarebbe morto?

O forse qualche dotto gli avrà spiegato che gli otto muri non erano una bizzarria dall’architetto, ma un pensiero di Sant’Ambrogio che considerava quella forma una forma perfetta, visto che l’interpretazione simbolica del numero “otto” corrispondeva ai giorni della “Creazione” più il giorno delle Resurrezione di Cristo, giorno della nuova “Creazione”, della nuova alleanza con Dio?!

E si sarà pure chiesto cosa ci facesse quel piccolo campanile quasi al centro del tetto, che, essendo luogo di fonte battesimale, faceva venire in mente una piccola casetta per le cicogne.

Sarebbe veramente bello guardare le cose come fossimo all’origine dello sguardo e cercare di capirle consapevoli della nostra salutare ignoranza.

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