Di solito in biblioteca ci si va soprattutto per soddisfare la voglia di una buona lettura e quindi si hanno attenzione e cura soltanto per la scelta del libro giusto. La struttura e gli arredi passano in secondo piano.

A Lenno, però, non è così: perché qui le trame dei vari volumi richiamano ben altre trame.

Prima di diventare biblioteca, l’edificio, dal 1850 al 1927 (anno in cui venne donato al Comune), fu sede di un’importante filatoio dei fratelli Ezio e Attilio Grandi, che all’epoca - oltre a questo - avevano in paese altri due stabilimenti per la produzione della seta.

È singolare, a volte, quali sorprese può riservare il destino, anche agli immobili: costruiti per uno scopo e poi a distanza di anni utilizzati per tutt’altro.

Il nesso tra la vecchia fabbrica e l’attuale luogo di cultura non è così distante: oggi come allora, in questi locali si parla di “ordito”, “intreccio”, “trama” e la Storia racconta le “storie”, come quella della Pina, tremezzina doc.

Negli anni ‘20, appena tredicenne, “la Pina” faceva 7/8 chilometri al giorno a piedi per andare a lavorare e mentre camminava o quando manipolava i fili cantava, coinvolgendo tutte le altre operaie e così, spontaneamente, il lavoro si trasformava in canto.

Non sempre, però, l’ambiente era così idilliaco: per esempio quando si sentiva nelle immediate vicinanze suonare campane a morto, allora si intonava il “Miserere”.

Oppure come raccontava un’altra “filarina”, la Carolina, ricordando di quella volta che assieme a una sua compagna, avevano sbagliato a fare un filo di seta più grosso di quello richiesto e furono tremendamente “cicchettate” dal direttore.

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